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Shakespeare incominciava in questo modo il monologo dell’Enrico V:

CORO –   Oh, aver qui una Musa tutto fuoco,(*)
per poterci levar sempre più in alto
nell’immaginazione,
verso più intense e luminose sfere!!

Io, dal alto degli abissi della mia ignoranza,  incomincerò con:

CORO –  Oh, aver qui un padella rinforzata
per poter, fin’anco scandirne i minuti,
riattivare i spenti neuroni
che ivi alloggiano nella testa di colui,
le cui gesta indegnamente mi accingo a narrare.

Il Genio delle Lande ondulate e plissettate è il mio coinquilino, ‘un tipo sapone, sapereccio’ citando Petrolini, ovvero colui che sa tutto pur non sapendo nulla, ecco le sue perle di indubbia saggezza.

Così fantastico e geniale che ha lasciato un lavoro fisso, per non pagare gli alimenti alla moglie.

(*) “O, for a Muse of fire!”: il fuoco, nella cosmologia tolemaica, alla quale spesso Shakespeare si rifà, è, dei quattro elementi di cui si compone la materia – acqua, terra, aria, fuoco – il più leggero, quello che tende ad ascendere sempre più in alto. Il poeta chiede alla sua Musa di adeguargli il canto alla nobiltà del tema, il suo ingegno ritenendo insufficiente a tanta impresa.

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